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Il punto sull’e-learning nella scuola italiana

PUBBLICATO IL: 14/05/2019 DA: Antonio Racanati
La storia dell’e-learning nella scuola italiana è iniziata concretamente nel 2015, quando è stato istituito il PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale): un ambizioso progetto che ha previsto lo stanziamento di oltre 220 milioni fino al 2020. Ormai quattro anni fa, il MIUR (Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca), ha quindi pensato a questo piano per portare la rivoluzione digitale nella scuola italiana, da un punto di vista sia metodologico che culturale. In base a questo programma è pertanto lecito chiedersi a che punto siamo, cosa è stato fatto finora per l’uso e la diffusione dell’e-learning e come si potrebbero sfruttare al meglio queste potenzialità per creare una vera e propria scuola digitale.

Gli obiettivi del PNSD

Gli elementi fondamentali della strategia di attuazione del PNSD ideata nel 2015 sono i seguenti:
  • l’accesso alla rete;
  • la creazione di ambienti digitali innovativi;
  • la costruzione di un’identità digitale per ogni studente e ogni docente;
  • la promozione dell’alfabetizzazione informatica;
  • la produzione e condivisione di contenuti digitali;
  • la formazione dei docenti e del personale scolastico.
Sebbene si siano posti questi impegni di rilievo, un’indagine condotta nel 2018 dall’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) ha dimostrato che il piano, nel suo complesso, sta procedendo notevolmente a rilento. L’analisi dei dati forniti dal MIUR ha infatti comprovato soprattutto come la creazione di infrastrutture per permettere l’accesso alla rete sia ancora in uno stato poco avanzato, in quanto il solo 10% delle strutture scolastiche ha accesso alla banda larga. Un dato che appare davvero assurdo e paradossale considerando che oramai l’accesso all’ADSL dovrebbe essere consolidato e ovunque garantito, anche a fronte della crescente diffusione della fibra ottica. Come elencato, il secondo traguardo del processo di digitalizzazione riguarda invece la creazione di ambienti digitali innovativi per cui era previsto l’impiego di ben 140 milioni di euro entro il 2020. Anche in questo caso, tuttavia, i lavori e le trasformazioni risultano parecchio indietro, già a partire dall’erogazione dei fondi. Difatti al momento è stato stanziato un minimo di 22 milioni di euro, che sono stati destinati a 1.115 strutture scolastiche che hanno richiesto i fondi nel 2018. Un impiego di denaro e un risultato davvero minimo anche in previsione della vicinanza verso il termine stipulato per la realizzazione del PNSD, che appunto dovrebbe attuarsi nell’anno prossimo.

Cosa c’è da fare ancora?

In base a quanto visto, i punti critici per i quali si fa davvero fatica a realizzare i cardini della strategia di digitalizzazione della scuola sono numerosi. I principali riguardano:
  • l’insufficienza della connessione ad internet a banda larga;
  • la mancanza di ambienti e strumenti digitali per l’apprendimento;
  • la netta carenza di formazione ai docenti.
Tra quelli elencati risulta peculiare l’ultimo punto, in quanto – ammesso che in aula sia possibile collegarsi a internet ed usufruire di uno strumento informatico per accedere alla rete – per molti insegnanti persiste la problematica relativa alla difficoltà di utilizzo delle piattaforme e-learning, anche se queste nei fatti sono molto intuitive. Per risolvere questa situazione il PNSD aveva promesso di finanziare con 1.000 euro l’anno la figura dell’animatore digitale: un docente volontario che doveva occuparsi di facilitare la fruizione dei programmi digitali. Anche in questo caso, tuttavia il denaro non è stato ancora erogato e gli stessi facilitatori spesso non sono stati ancora formati. Il MIUR, allo stesso tempo, non ha ancora attuato un programma strutturato per la formazione digitale dei docenti. Questo perché si preferisce piuttosto lasciare l’iniziativa alle singole scuole o a protocolli con alcune società. Un fenomeno che però tende a generare delle ampie disparità tra gli istituti scolastici dei centri cittadini e quelli delle periferie, soprattutto nelle città più piccole.

Una possibile soluzione

shutterstock-554621557 Soltanto il 10% delle scuole italiane ha compiuto un primo reale passo verso la digitalizzazione garantendo l’accesso alla rete. Difatti, la strada verso la trasformazione digitale è ancora molto lunga, nonostante dei piccoli passi. Può sembrare assurdo quasi all’alba del 2020 che in molte aule scolastiche italiane manchi la connessione a internet, ma la realtà è questa e per tale ragione mancano proprio le basi per l’utilizzo di strumenti digitali per l’apprendimento e per la concretizzazione del PNSD. Di conseguenza, per ovviare a tali problematiche, in molte scuole – soprattutto del Sud Italia – si sta cercando di rispondere con la filosofia del BYOD (Bring Your Own Device, in italiano portare il proprio dispositivo). In tal modo, in assenza di strumenti e spazi digitali gli studenti possono portare il proprio personale smartphone o tablet per accedere alla rete e ai contenuti didattici interattivi. Ovviamente le critiche a questa pratica non sono affatto mancate in quanto per alcuni costituisce un passo indietro del MIUR rispetto alle milionarie promesse contenute nel PNSD. Per altri, invece, portare il proprio dispositivo a scuola è un modo per condurre il processo di trasformazione digitale dal basso, a partire dagli studenti. Come si dice in queste situazioni: “A mali estremi, estremi rimedi”. Cosa si riuscirà a fare in questo anno che manca alla conclusione del Piano Nazionale Scuola Digitale? Ci saranno dei miglioramenti concreti o rimarrà tutto fermo e realizzabile solo sulla carta? In attesa di queste risposte alunni e docenti continuano ad attendere un reale processo di digitalizzazione delle scuole. Che siano loro la chiave di svolta? Scopri i corsi online targati Musa Formazione? Clicca qui!
Antonio Racanati

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